Museo de Henriquez: una copia del batiscafo Trieste per il rilancio
admin68492025-03-17T16:16:54+01:00
TRIESTE NEWS 15_3_2025 – articolo di Zeno Saracino
Eppure, dalla denominazione di Manlio Cecovini apposta all’ingresso de ‘L’uomo dei cannoni’, al florilegio di armi, carri e artiglieria sotto teca, il Museo Diego De Henriquez parla molto di guerra e poco di pace. Una soluzione potrebbe giungere, all’interno dell’allestimento del Museo triestino, proponendo un’alternativa ai soli strumenti della guerra; dando in altre parole voce a quella pace presente solo nel titolo. Se infatti De Henriquez voleva dimostrare come l’intelligenza dell’uomo venisse distorta a favore di nuovi metodi per uccidere, è altrettanto vero come volesse indicare una via, un’alternativa. E uno di questi esempi fu la collaborazione con Auguste Piccard volta all’esplorazione degli abissi oceanici. L’argomento era già stato affrontato durante il 70esimo anniversario dell’immersione del 1953, tramite la mostra ‘Il batiscafo Trieste: il progetto di Piccard, il sogno di Diego‘. L’esposizione, frutto di una collaborazione tra la curatrice del Museo Antonella Cosenzi e lo studioso Enrico Halupca, autore dell’opera ‘Il Trieste’ (Italo Svevo, Roma-Trieste, 2019), evidenziava il supporto cruciale di De Henriquez all’impresa di Piccard. Ora la mostra potrebbe trovare una sua naturale evoluzione attraverso il progetto di portare in città una copia in scala 1:1 del batiscafo Trieste: uno strumento di pace, di positiva applicazione della tecnica, contrapposto all’odierna giungla di armi e bocche da fuoco presenti. Il batiscafo in questione corrisponderebbe al modello iniziale, concepito per l’immersione nella Fossa Tirrenica del 1953; il primo esemplare europeo, poi modificato e ingrandito dagli americani onde essere utilizzato nella discesa nella Fossa delle Marianne del 1960. Inserito in un’esposizione ad hoc, all’interno di uno dei magazzini dell’odierna sede del Museo, il batiscafo permetterebbe di ripensare l’intera esposizione, consentendo di generare nuovo passaparola e interesse verso il Museo, danneggiato dalla posizione periferica.
“L’idea nacque durante la presentazione del mio libro, ‘Il Trieste’ – spiega Enrico Halupca – Si propose nell’occasione di recuperare il batiscafo, idea portata avanti dal gruppo Mare Nordest; provarono anche a farsi restituire dal Museo di Washington l’originario batiscafo Trieste, ma senza successo. L’originale è proprio incastrato nel Museo; occorrerebbe letteralmente demolirne una sezione. L’assessore alla cultura Giorgio Rossi si è poi appassionato alla vicenda del batiscafo Trieste, impegnandosi a realizzare una copia del batiscafo. È stato creato un team apposito: io ho reperito ad esempio i disegni originali, vi sono poi esperti del Mare Nordest…”
Quale significato riveste in questo contesto il batiscafo Trieste in relazione ad Henriquez? “Com’è stato messo in luce dal recente spettacolo ‘L’alabarda in fondo al mare la vera storia del batiscafo Trieste’ di Francesco Halupca rappresentato al teatro La Barcaccia, Henriquez non era uno stravagante collezionista ossessionato dal recupero d’armi di ogni epoca, ma un ‘risvegliato’ che si accorse come Svevo che stiamo correndo da sempre verso l’autodistruzione. Un tema che oggi torna tragicamente in auge e che continua a esser rimosso” – spiega Halupca – L’operazione batiscafo serve come operazione culturale per ripensare l’offerta museale del Novecento triestino che oggi gravita essenzialmente su due poli negativi Risiera e Foiba. Aggiungendo un terzo polo positivo quale potrebbe essere il nuovo museo Henriquez, mettendo in risalto la visione ‘pacificatoria’ del suo fondatore, si avrebbe una attrazione internazionale che nessun’altra città potrebbe vantare in Europa”.
Ma come sarebbe questa ‘copia’ del mezzo di Piccard? “Il batiscafo verrebbe realizzato in lamiera, con la sfera vuota e visibile all’interno; non vogliamo una cattiva copia dell’originale e pertanto abbiamo scelto il modello europeo, protagonista della discesa nella Fossa Tirrenica a 3150 metri di profondità. Esistono già altre copie, ma riferibili al modello americano: il batiscafo Trieste infatti è già stato riprodotto nel Museo dell’acqua a Wrocław (Breslavia) in Polonia” chiarisce Halupca.
Quale ruolo avrebbe il nuovo reperto nella collezione De Henriquez? “Il batiscafo deve essere collocato all’Henriquez, anche per dare senso a questa definizione di Museo per la Pace: l’unica salvezza dall’autodistruzione è tramite una tecnica applicata a scopi pacifici. Il ‘pezzo principale’ diventerebbe così il batiscafo con un generale ripensamento dell’intero Museo che diventerebbe attrattivo anche a livello internazionale. La stessa sezione della seconda guerra mondiale, ormai quasi completa, completerebbe la narrazione del batiscafo. L’ideale sarebbe stato metterlo in un ambiente esterno sotto un’edicola protettiva; al momento non è possibile, per cui si pensa di inserirlo nell’hangar 8″.
Come mai l’impresa del batiscafo è ancora così importante? “È stata la prima volta che un equipaggio umana toccava il fondo di una fossa oceanica; un’impresa paragonabile solo al lancio dello Sputnik. I Piccard hanno inoltre dimostrato col Trieste che il mare è un unico ecosistema; in passato si riteneva che dopo i 3mila metri non vi fosse vita a causa della mancanza di luce e ossigeno. Invece l’impresa ha dimostrato come le fosse oceaniche fossero abitate a propria volta, facendo da apripista alla biologia marina. Tutti lo sanno a livello internazionale, ma a Trieste si è persa la memoria di questa scoperta”.
[z.s.]